domenica 19 gennaio 2014

Il valore della diversità


 
Ci sono persone che vorrei o avrei voluto conoscere (nel caso l’interessato non sia più tra i vivi). Quello che mi intriga e attira è la loro genialità, la loro complessa visione della vita, la loro filosofia. Uno di questi è Tim Burton.

Non sono un suo fan, ma apprezzo e scorgo nei suoi film una sensibilità unica, un modo di intendere il mondo che è evidente in quasi tutti i suoi lavori.

Burton è il regista che meglio ha tratteggiato il tema della diversità. Da Edward, creatura costruita da un anziano inventore (Vincent Price, il re dell’horror anni ‘50) che si ritrova due forbici al posto delle mani perché il suo creatore muore prima di finirlo, alla sposa cadavere uccisa il giorno del suo matrimonio e rimasta in bilico tra il mondo dei vivi e dei morti. Il diverso per Burton è una vittima che spesso finisce col diventare un colpevole. Additato come un mostro, finisce proprio per questo col diventarlo, come la sua personale visone del Pinguino in Batman – Il ritorno che, abbandonato nelle fogne dai suoi stessi – inumani – genitori, dedica la vita a progettare la vendetta: rapire e uccidere i primogeniti di tutte le famiglie di Gotham City, privandoli di quello di cui anche lui è stato privato.

C’è una gran solitudine nei suoi eroi, sono estraniati dalla realtà e si ritornavano a non avere legami, vivendo in un mondo che non è il loro, come il vampiro Barnabas nel recente Dark Shadows, sepolto vivo nel Settecento e riportato alla luce negli anni ’70 dello scorso secolo.

Come molti altri registi, Burton ha una ristretta cerchia di attori che utilizza con frequenza, probabilmente perché sente le loro interpretazioni affini alla sua sensibilità, da Johnny Deep a Micheal Keaton, da Martin Landau alla moglie Helena Bonham Carter.

Insomma, non è possibile vedere un film di Burton senza notare la sua mano dietro la macchina da presa, dalle atmosfere gotiche e cupe all’humor nero, passando per la continua presenza della morte. Ed è proprio la capacità di imprimere la sua impronta in ogni lavoro, ciò che rende un regista un artista.

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