Tutti
ricordiamo (o dovremmo ricordare) di aver studiato a scuola lo scontro di due
correnti artistiche quasi contemporanee: il classicismo e il romanticismo.
Mentre i sostenitori del primo ritenevano che l’arte classica fosse l’apice
raggiunto dall’Umanità e che gli artisti non potessero far altro che cercare di
imitare il modello, i romantici ritenevano che l’arte dovesse sgorgare
dall’emozione e che riprodurre l’arte classica non fosse fare davvero arte
perché quei sentimenti che l’avevano ispirata non c’erano più.
Qualche
giorno fa ho visto il nuovo film della Disney, Frozen – Il regno di ghiaccio, e devo ammettere di averlo trovato
piuttosto deludente.
Saranno
i personaggi animati in CGI che sembrano di plastilina, saranno le canzoni non
esattamente memorabili scritte dalla coppia Kristen Anderson-Lopez e Robert
Lopez, sarà che il cattivo di turno, il principe Hans, è il peggior villain mai
visto sullo schermo. Tutti questi elementi di certo non depongono a favore del
film, ma in realtà il suo vero difetto è essere senz’anima.
Sulla
carte Frozen è perfetto. Una fiaba classica e toccante, come quelle portate
sullo schermo tanti anni fa con Cenerentola
e Biancaneve o più recentemente con La Sirenetta e La bella e la bestia. Ma il fatto è che gli anni di quei film sono
passati e la sensibilità del pubblico e della Disney stessa è cambiata. Non è
possibile replicare i fasti dei primi film Disney ed è con questa consapevolezza
che negli anni ’90 la Disney ha prodotto pellicole di enorme successo come Il Re Leone e Il Gobbo di Notre Dame. Magnifici quanto i primi film, ma in modo
diverso.
L’altra
sera ho visto Ratatouille, la
pellicola Disney-Pixar che racconta le disavventure del topolino-cuoco Rémy.
Estremamente diverso rispetto ai film che ho citato, ma quasi altrettanto
gradevole. Perché rispetta quella che è la sensibilità del momento in cui è
stato prodotto, ed è questo a far sì che un film abbia un’anima e non sia una
mera riproposizione di sentimenti passati.
Questo
è il difetto alla base di Frozen, il
paradosso del classicismo: anziché andare avanti, cercare di riproporre
qualcosa che, seppur magnifico,è ormai passato e quindi irraggiungibile.

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