La
musica è un elemento portante del cinema ed è ovvio che quando si parla di
musical, la colonna sonora diventa il principale parametro di giudizio.
Il
musical. Un genere che conta tanti estimatori quanti detrattori. E il motivo è
presto detto: molti spettatori vivono le canzoni come un’interruzione della
storia, un qualcosa che rallenta la trama. In realtà è così solo quando un
musical è mal scritto. Le canzoni hanno lo scopo opposto: quello di accelerare
le narrazione, raccontando in pochi minuti parti che altrimenti prenderebbero
almeno mezz’ora. Hakuna Matata ne Il Re Leone è un ottimo esempio:
racconta in soli quattro minuti la crescita di Simba e il suo passaggio
dall’infanzia all’età adulta.
La
cattiva reputazione che il musical si trascina dietro deriva dai molti film del
genere in cui la parte cantata e quella parlata non sono ben bilanciate. Se ad
un certo punto vi ritrovate a pensare Oddio,
non un’altra canzone! Che motivo c’è anche adesso per cantare?, il musical
a cui state assistendo non è certo un capolavoro.
Se
dovessi scegliere un solo musical da consigliare, opterei senza ombra di dubbio
per Mamma mia!. La storia è
commovente e leggera allo stesso tempo, si ride e si piange (come in ogni vero
capolavoro), e la firma degli Abba dà alla colonna sonora un valore aggiunto.
Un ottimo musical però si distingue anche per il valore intrinseco delle
canzoni e Mamma mia! non fa
eccezione.
Una di
quelle che mi colpiscono maggiormente è Our
last summer (La nostra ultima estate). È il momento in cui Pierce Brosnam,
Colin Firth e Stellan Skarsgård raccontano alla figlia della donna che hanno
amato in gioventù, la loro estate d’amore. Struggente perché l’ultima prima di
diventare adulti grigi e responsabili, l’ultima con la spensieratezza della
gioventù e con una grossa verità tra le strofe: sotto sotto avevamo paura di volare, di invecchiare, di morire
lentamente. Ci provammo, come se stessimo ballando la nostra ultima danza .
Perché quando un film ci parla di noi e della vita, diventa poesia.
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