domenica 2 febbraio 2014

L'immagine del vecchio West


 
Uno dei concetti che più mi affascina è quello di immaginario collettivo. L’immaginario collettivo è l’insieme dei simboli e dei miti della cultura di una comunità. La morte raffigurata come un incappucciato con una falce in mano, i giapponesi costantemente armati di macchina fotografica, le streghe che volano sulla scopa e che vivono con un gatto nero. Gli esempi che si potrebbero fare sono molti, ed è facile scivolare dall’immaginario al pregiudizio (gli italiani mafiosi o gli americani che mangiano solo hamburger e patatine).

Con l’avvento della televisione e con lo sviluppo della globalizzazione, l’immaginario collettivo si è ampliato. Ci sono immagini e simboli che sono diventati universali come Babbo Natale o le isole tropicali – da Santo Domingo alle Hawaii – come luogo di fuga dal tran tran quotidiano. La pubblicità si basa in larga parte sull’immaginario collettivo – dal Mulino Bianco in cui immaginiamo Banderas intento a cuocere al forno gli Abbracci, all’Uomo del monte che ha detto sì – e la televisione e il cinema fanno nascere nuove figure che entrano a farne parte.

Ne sono ottimi esempi il tenente Colombo, immaginato perennemente in impermeabile stazzonato, il Padrino interpretato da Marlon Brando o i calci rotanti di Chuck Norris. Tutti li conoscono e tutti ne hanno un’immagine mentale.

Cinematograficamente parlando, l’esempio più adatto è John Wayne. Nei suoi 50 anni di carriera ha girato circa 150 film, di cui solo la metà circa erano western. Eppure John Wayne è universalmente il simbolo del western classico. Nel momento in cui si sente il suo nome, nella nostra mente compare l’immagine di un Wayne cinquantenne, appena sceso da cavallo, con cappello in testa e armato di pistoloni. Ce lo vediamo camminare con quella tipica andatura che aveva solo lui (e meno male) e con quella voce profonda e maschile che gli ha conferito il suo doppiatore Emilio Cigoli. Pur avendo girato numerosi film di guerra, svariate commedie e alcuni polizieschi, per tutti Wayne è il cowboy del Far West. E la corrispondenza è biunivoca: John Wayne rappresenta il western e il western rappresenta John Wayne. Potenza dell’immaginario collettivo.

sabato 25 gennaio 2014

Le città del cinema


 
Qualche anno fa, di ritorno dal suo primo viaggio a New York, Jovanotti dichiarò che vedere la città era stato come un déjà vu, gli sembrava di conoscerla da sempre. Il motivo è semplice: New York è una delle città in cui sono stati ambientati moltissimi film e telefilm. La sensazione che si prova andando a New York o a Los Angeles (l’altra città-set) non si prova in nessun altra città del mondo.

Pur risultandoci entrambe familiari, le due metropoli sono molto diverse tra di loro e lo testimoniano anche le pellicole e le serie tv che vi sono ambientate.

New York è più romantica, con le coppiette sedute sulle panchine del Central Park e il tramonto che si riflette sui vetri dei grattacieli. Moltissime le storie d’amore che ha raccontato, da Colazione da Tiffany a Ghost.

Percepita dagli americani e non solo come la città americana per eccellenza, è il set preferito per i film catastrofici, da King Kong a Armageddon.

New York però è soprattutto la città simbolo della vita frenetica dei nostri giorni. Non per niente Woody Allen, il regista che meglio ha messo in scena le nevrosi contemporanee, l’ha scelte innumerevoli volte per ambientare i suoi film.
 

Los Angeles deve alle sue magnifiche spiagge, al mare che tutti gli amanti del surf sognano e al sole che la bacia quasi tutto l’anno il suo successo. Se a New York rende a meraviglia il festoso clima natalizio (come in Miracolo nella 34° strada) o i colori autunnali (come nel drammone Autumn in New York con Richard Gere), Los Angeles è la città dell’estate.

Location da sogno, è nell’immaginario collettivo la città delle star, tanto che sono molte le pellicole che raccontano il mondo del cinema, da La morte ti fa bella a Ed Wood. Allegra e colorata, è diventato il set ideale per storie d’amore come Pretty Woman che vogliono divertire oltre che commuovere, e per thriller come Hollywood homicide, dove la tensione è stemperata dai bellissimi scenari.

E per non parlare dei telefilm che hanno ancora di più reso l’identità delle due città, dalla New York modaiola di Sex and the city o preda del crimine di NYPD – New York Police Department, alla Los Angeles solare di Baywatch o patinata patria di attori e registi, guest star di tanti gialli, dal tenente Colombo a Un detective in corsia.

domenica 19 gennaio 2014

Il valore della diversità


 
Ci sono persone che vorrei o avrei voluto conoscere (nel caso l’interessato non sia più tra i vivi). Quello che mi intriga e attira è la loro genialità, la loro complessa visione della vita, la loro filosofia. Uno di questi è Tim Burton.

Non sono un suo fan, ma apprezzo e scorgo nei suoi film una sensibilità unica, un modo di intendere il mondo che è evidente in quasi tutti i suoi lavori.

Burton è il regista che meglio ha tratteggiato il tema della diversità. Da Edward, creatura costruita da un anziano inventore (Vincent Price, il re dell’horror anni ‘50) che si ritrova due forbici al posto delle mani perché il suo creatore muore prima di finirlo, alla sposa cadavere uccisa il giorno del suo matrimonio e rimasta in bilico tra il mondo dei vivi e dei morti. Il diverso per Burton è una vittima che spesso finisce col diventare un colpevole. Additato come un mostro, finisce proprio per questo col diventarlo, come la sua personale visone del Pinguino in Batman – Il ritorno che, abbandonato nelle fogne dai suoi stessi – inumani – genitori, dedica la vita a progettare la vendetta: rapire e uccidere i primogeniti di tutte le famiglie di Gotham City, privandoli di quello di cui anche lui è stato privato.

C’è una gran solitudine nei suoi eroi, sono estraniati dalla realtà e si ritornavano a non avere legami, vivendo in un mondo che non è il loro, come il vampiro Barnabas nel recente Dark Shadows, sepolto vivo nel Settecento e riportato alla luce negli anni ’70 dello scorso secolo.

Come molti altri registi, Burton ha una ristretta cerchia di attori che utilizza con frequenza, probabilmente perché sente le loro interpretazioni affini alla sua sensibilità, da Johnny Deep a Micheal Keaton, da Martin Landau alla moglie Helena Bonham Carter.

Insomma, non è possibile vedere un film di Burton senza notare la sua mano dietro la macchina da presa, dalle atmosfere gotiche e cupe all’humor nero, passando per la continua presenza della morte. Ed è proprio la capacità di imprimere la sua impronta in ogni lavoro, ciò che rende un regista un artista.

giovedì 16 gennaio 2014

Il triste addio alla giovinezza


 
La musica è un elemento portante del cinema ed è ovvio che quando si parla di musical, la colonna sonora diventa il principale parametro di giudizio.

Il musical. Un genere che conta tanti estimatori quanti detrattori. E il motivo è presto detto: molti spettatori vivono le canzoni come un’interruzione della storia, un qualcosa che rallenta la trama. In realtà è così solo quando un musical è mal scritto. Le canzoni hanno lo scopo opposto: quello di accelerare le narrazione, raccontando in pochi minuti parti che altrimenti prenderebbero almeno mezz’ora. Hakuna Matata ne Il Re Leone è un ottimo esempio: racconta in soli quattro minuti la crescita di Simba e il suo passaggio dall’infanzia all’età adulta.

La cattiva reputazione che il musical si trascina dietro deriva dai molti film del genere in cui la parte cantata e quella parlata non sono ben bilanciate. Se ad un certo punto vi ritrovate a pensare Oddio, non un’altra canzone! Che motivo c’è anche adesso per cantare?, il musical a cui state assistendo non è certo un capolavoro.

Se dovessi scegliere un solo musical da consigliare, opterei senza ombra di dubbio per Mamma mia!. La storia è commovente e leggera allo stesso tempo, si ride e si piange (come in ogni vero capolavoro), e la firma degli Abba dà alla colonna sonora un valore aggiunto. Un ottimo musical però si distingue anche per il valore intrinseco delle canzoni e Mamma mia! non fa eccezione.

Una di quelle che mi colpiscono maggiormente è Our last summer (La nostra ultima estate). È il momento in cui Pierce Brosnam, Colin Firth e Stellan Skarsgård raccontano alla figlia della donna che hanno amato in gioventù, la loro estate d’amore. Struggente perché l’ultima prima di diventare adulti grigi e responsabili, l’ultima con la spensieratezza della gioventù e con una grossa verità tra le strofe: sotto sotto avevamo paura di volare, di invecchiare, di morire lentamente. Ci provammo, come se stessimo ballando la nostra ultima danza . Perché quando un film ci parla di noi e della vita, diventa poesia.
 
 

martedì 14 gennaio 2014

E' un mondo di ratti


 
I film d’animazione, Disney in testa, hanno spesso avuto per protagonisti animali. Antropomorfizzare gli animali, rendendoli simili all’uomo nell’aspetto e nell’carattere, è il modo migliore per raccontarci e per mettere in scena le nostre debolezze, perché ci permette di prendere le distanze da noi stessi. Non è un caso se il film Disney che meglio tratteggia buoni e cattivi sentimenti, sensi di colpa e colpa reale, coraggio e meschinità umane, sia Il Re Leone, uno dei pochi ad impiegare solo personaggi animali.

Curioso come l’animale che è stato più spesso impiegato sia uno di quelli più odiati nella vita reale: il topo. Tantissimi i topolini apparsi nei film d’animazione, da Timoteo, il dolce e saggio consigliere dell’elefantino Dumbo, ai simpatici Giac e Gas Gas, i piccoli amici di Cenerentola.

Negli anni ’80 e ’90, i topini sono stati promossi dal ruolo di comprimario a quello di protagonista, con Bianca e Bernie, impegnati a salvare una bimba rapita e nel sequel Bianca e Bernie nella terra dei canguri un bambino australiano catturato da uno spietato cacciatore. La tendenza prosegue con Basil l’investigatopo, parodia di Sherlock Holmes, fino ad oggi, con il topo-cuoco Rémy di Ratatouille.

Un’ulteriore dimostrazione di quanto siamo strani noi esseri umani:i topi veri ci fanno schifo, ma nei cartoni tifiamo per loro. Certo, i topi dei cartoni non puzzano, si vestono come noi e non portano malattie. Potenza dell’immaginazione. E nell’elenco dei topi animati, non dobbiamo dimenticare Topolino, il capostipite della categoria, perché, come amava ricordare Walt Disney, tutto è cominciato con un topo.

lunedì 13 gennaio 2014

Le risate hanno i capelli bianchi


 
Il film comico è uno dei generi più sottovalutati. Tutti riconoscono il valore di un film drammatico, ma davanti a una pellicola che si propone uno scopo puramente ludico hanno un atteggiamento di sdegno e indifferenza, come se ridere non fosse una delle cose più piacevoli della vita.

Naturalmente ci sono film comici ben fatti e immonde ciofeche, come per ogni altro genere. Il problema è che questo per gli altri generi è solitamente accettato, mentre se si definisce capolavoro un film comico si viene guardati come degli alieni.

Due degli attori che ho sempre trovato estremamente divertenti sono Leslie Nielsen e Steve Martin. Associarli per molti è automatico, eppure ci sono sostanziali differenze tra i due. Steve Martin ha un’espressività molto accentuata, non esita a cimentarsi in facce totalmente stravolte, come in Sperduti a Manhattan, quando assume accidentalmente della droga. La forza di Nielsen sta invece nella sua imperturbabilità: un’espressione seria, composta, che stride con le assurdità che i suoi personaggi combinano e che fa ridere proprio grazie a questo contrasto. Perché la differenza principale è che Nielsen ci crede alle boiate che dice e che fa, ed è questo che rende i suoi personaggi così memorabili, tanto che perfino Martin ha provato a cimentarsi in ruoli che ricordavano molto quelli del collega, come la sua versione dell’ispettore Clouseau ne La pantera rosa.

Non è che i personaggi di Martin siano meno folli; il fatto è che Steve Martin interpreta un folle in un mondo sano (tanto che gli altri lo additano come un soggetto pericoloso o poco raccomandabile), mentre Nielsen è un folle in un mondo di folli, come nella celebre saga di Una pallottola spuntata in cui il suo capitano e i suoi colleghi non sono certo meglio di lui.

Andando per l’ennesima volta controcorrente, Una pallottola spuntata non sarà epico come Via col vento, non sarà passato alla storia come Casablanca, non sarà un cult come Grease, ma per me rimane un capolavoro al di sopra dei film citati.

giovedì 9 gennaio 2014

Rendi dolce la vita


 
Uno degli aggettivi che sceglierei per definirmi è edonista. Gustarsi la vita per me è la cosa più importante. Quando sento dire, dai, la cosa più importante è la salute, replico che la salute un giorno o l’altro ti abbandonerà, e a quel punto quello che avrà importanza non sarà quanto tempo sei stato in salute ma se sei riuscito a goderti quel tempo. Naturalmente ognuno se lo gode a modo proprio.

Un film che ben analizza piacere e rinuncia è Chocolat. La pellicola, ambientata nella Francia degli anni ’60, racconta la storia della bella pasticcera Juliette Binoche che si trasferisce in un piccolo paesino per aprire una cioccolateria. Si scontrerà con i benpensanti del paese, sindaco in testa, che la vedono come una peccatrice sia perché ha aperto la sua cioccolateria in piena Quaresima, sia (e soprattutto) perché ha una figlia a carico pur non essendo sposata. Lo scontro tra i presunti cristiani (in realtà meri bigotti) e la libertà da convenzioni e regole sociali abbracciata dalla protagonista e dal gitano Johnny Deep di cui la cioccolataia si innamorerà, ti accende e ti fa immedesimare. Se fossi stato lì, avrei dato un calcione nel sedere del sindaco, che, tra una pratica amministrativa e l’altra, aveva anche l’ardire di correggere le prediche del pretino di campagna che, appena arrivato, insicuro e piegato al potere, gliele sottoponeva, rispettando alla lettera le molte correzioni fatte dal Primo Cittadino.
 
La Binoche pian piano “corrompe l’anima” dei benpensanti, insegnandoli a indugiare nel piacere del cioccolato (e non solo), perché un buon cristiano – e un buon uomo in sé – non si misura da quello a cui rinuncia, ma da quello che dà al prossimo. E allora meglio godersela, perché se a vivere la vita con gioia non lesinando i piaceri che la vita può offrire si muore, a non farlo si muore dopo ma si vive di merda.