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sabato 21 giugno 2014

La voce della supponenza


 
Elogiamo sempre – e con ragione – l’interpretazione di grandi attori stranieri come Robert De Niro, Hugh Grant o Robin Williams, ma spesso dimentichiamo che metà del lavoro viene fatto – o meglio rifatto – nel doppiaggio. I nostri doppiatori sono considerati tra i migliori al mondo e alcuni attori hanno riconosciuto che le loro voci italiane hanno addirittura migliorato la loro performance, su tutti Woody Allen, fan del suo defunto doppiatore Oreste Lionello.

Alcuni doppiatori hanno raggiunto una discreta fama, come Tonino Accolla – anche lui scomparso – voce di Homer Simpson e autore della versione italiana della debordante risata di Eddie Murphy.

La maggior parte però è una serie di anonimi nomi. Come Renato Mori, Roberto Pedicini, Giuseppe Rinaldi. Rispettivamente le voci di Morgan Freeman, Jim Carry e Marlon Brando.

L’abilità del doppiatore consiste nel saper adattare la voce ai diversi ruoli e ai diversi attori, eppure a volte c’è qualcosa in comune tra i personaggi a cui finisce col dar una seconda vita. Un perfetto esempio è il doppiaggio fatto da Oliviero Dinelli di Rowan Atkinson – divenuto celebre per la macchietta Mister Bean – in Johnny English. Il film è una parodia dei vari 007 ma il punto di forza della pellicola è che il protagonista interpretato da Atkinson – promosso dal lavoro d’ufficio ad agente segreto dopo che in un attentato sono stati uccisi tutti gli agenti segreti – è un idiota che si crede un genio. E dallo scarto tra la realtà e l’immagine che il protagonista ha di sé che nasce il divertimento, un po’ come accadeva con l’ispettore Clouseau di Peter Sellers ne La pantera rosa.

Dinelli rende al massimo l’arroganza e la supponenza dell’agente Johnny English, riportando alla memoria uno dei primi personaggi che aveva doppiato. Sto parlando di Darkwing Duck, protagonista dell’omonimo cartone animato Disney. Darkwing è un supereroe fai-da-te: tronfio e pieno di sé, si crede un invincibile combattente del crimine mentre fa più disastri di Leslie Nielsen nei panni dell’agente Drebin in Una pallottola spuntata. Lo stesso spirito che più di dieci anni dopo Dinelli infonde in Johnny English. Un papero e un essere umano, un presunto supereroe e una presunta spia, uniti dalla stessa smania di protagonismo. E dalla stessa voce.

lunedì 13 gennaio 2014

Le risate hanno i capelli bianchi


 
Il film comico è uno dei generi più sottovalutati. Tutti riconoscono il valore di un film drammatico, ma davanti a una pellicola che si propone uno scopo puramente ludico hanno un atteggiamento di sdegno e indifferenza, come se ridere non fosse una delle cose più piacevoli della vita.

Naturalmente ci sono film comici ben fatti e immonde ciofeche, come per ogni altro genere. Il problema è che questo per gli altri generi è solitamente accettato, mentre se si definisce capolavoro un film comico si viene guardati come degli alieni.

Due degli attori che ho sempre trovato estremamente divertenti sono Leslie Nielsen e Steve Martin. Associarli per molti è automatico, eppure ci sono sostanziali differenze tra i due. Steve Martin ha un’espressività molto accentuata, non esita a cimentarsi in facce totalmente stravolte, come in Sperduti a Manhattan, quando assume accidentalmente della droga. La forza di Nielsen sta invece nella sua imperturbabilità: un’espressione seria, composta, che stride con le assurdità che i suoi personaggi combinano e che fa ridere proprio grazie a questo contrasto. Perché la differenza principale è che Nielsen ci crede alle boiate che dice e che fa, ed è questo che rende i suoi personaggi così memorabili, tanto che perfino Martin ha provato a cimentarsi in ruoli che ricordavano molto quelli del collega, come la sua versione dell’ispettore Clouseau ne La pantera rosa.

Non è che i personaggi di Martin siano meno folli; il fatto è che Steve Martin interpreta un folle in un mondo sano (tanto che gli altri lo additano come un soggetto pericoloso o poco raccomandabile), mentre Nielsen è un folle in un mondo di folli, come nella celebre saga di Una pallottola spuntata in cui il suo capitano e i suoi colleghi non sono certo meglio di lui.

Andando per l’ennesima volta controcorrente, Una pallottola spuntata non sarà epico come Via col vento, non sarà passato alla storia come Casablanca, non sarà un cult come Grease, ma per me rimane un capolavoro al di sopra dei film citati.