mercoledì 8 gennaio 2014

Nato per perdere


Ci sono rivalità che durano per sempre, al punto che l’idea di una vita senza la propria nemesi diventa quasi inaccettabile. Ci sono personaggi che non è quasi possibile nominare senza pensare allo stesso tempo al loro avversario, come Stephanie e Brooke di Beautiful, James Bond e Blofeld (il capo della Spectre), Topolino e Gambadilegno.

Se normalmente il pubblico tifa per il buono, ci sono casi in cui, per quanto sembri assurdo, è più facile empatizzare con il cattivo. Rientrano tra questi alcuni dei cartoni che hanno divertito generazioni dei bambini, come Tom e Jerry, Titti e Silvestro, Willy il Coyote e Beep Beep.

E’ uno scontro epico, nato agli albori del mondo, quello tra preda e predatore. Il motivo del successo è il rovesciamento della prospettiva: Tom, Silvestro e il Coyote sono più grandi e più forti, ma le loro prede riescono sempre ad avere la meglio su di loro, facendoli diventare da vittime carnefici. Jerry è astuto come una volpe (pur essendo un topo); Titti dietro quell’aria da innocente e puro, è un delinquente di prima categoria che non esita a farne passare di tutti i colori a Silvestro; Beep Beep è più fortunato di Gastone: ogni volta che c’è un crepaccio lui corre talmente veloce da attraversarlo arrivando dall’altra parte, mentre il Coyote cade miseramente.

Paradossalmente sono i cacciatori quelli che fanno pena, soprattutto perché le loro prede godono dello status di vittime pur essendo tremendamente agguerriti. Ed ecco che quasi quasi speri che il Coyote lo catturi quell’antipatico Road Runner (nome originale di Beep Beep). Ma non può. E non perché il cattivo non può vincere, ma perché se riuscisse a prenderlo il cartone finirebbe e con esso il nostro divertimento, ma soprattutto perché la sua vita non avrebbe più senso.

È questa la paradossale situazione in cui si trovano i nemici: se riescono nel loro intento e realizzano lo scopo della loro vita, non gli resta più niente. Perché, dopotutto, due avversari preferiscono continuare l'eterna gara nella quale ognuno dei due vuole disperatamente arrivare primo. Però, se uno dei due s'attarda, l'altro lo aspetta. Per continuare assieme il lungo viaggio fino al traguardo della vita, come recitava il poetico finale di un film con Don Camillo e Peppone.

martedì 7 gennaio 2014

Com'è umano lei!


 
Si sa che il pubblico ha bisogno di eroi, personaggi positivi per cui parteggiare e tifare, come Batman, l’Uomo Ragno o Superman. E si sa che ogni eroe ha bisogno della sue nemesi che sarebbe poi per il pubblico il personaggio su cui sublimare l’odio e l’ostilità che si accumula nella vita quotidiana. Ci sono però anche personaggi che nascono con il solo scopo di divertire il pubblico e che – paradossalmente – ci riescono mostrando tutta la loro antipatia.

È il caso di Sheldon Cooper, uno dei protagonisti più riusciti del telefilm The Big Bang Theory. Sheldon, interpretato dal perfettamente allampanato Jim Parsons, è uno dei quattro scienziati che compongono il cast della serie. Apparentemente geniali, i protagonisti sono in realtà nerd all’ennesima potenza, la dimostrazione di quanto avere un mare di nozioni sia in realtà inutile se non sai vivere.

Sheldon è il personaggio che ha più successo, tanto che il suo interprete con questo ruolo ha vinto ben tre Emmy Awards. E il motivo è presto detto. Sheldon è egoista, preso da se stesso, incurante dei bisogni altrui. Tutti abbiamo un amico, un parente o un conoscente che ce lo ricorda. Ma soprattutto quello che colpisce di Sheldon è la totale inumanità. Quei pochissimi gesti di gentilezza che fa, sono dettati unicamente da regole sociali che cerca di apprendere e a cui si piega per un più efficiente funzionamento della società. Mai un gesto di cuore, una parola buona che non sia solo formale. Sembra quasi che Sheldon non ce l’abbia proprio un cuore.

Ed ecco che quando il suo coinquilino Leonard è triste o malato o altro ancora, Sheldon ha pronta da offrigli una bevanda calda per ogni circostanza, dal the alla cioccolata. Convenzione sociale che Sheldon cerca di seguire, nulla più, e lo dimostra il fatto che se l’interessato risponde che la bevanda non gli va, Sheldon replica: devi berla! Non è una scelta.

A vivere con uno così c’è da diventare matti. Chiunque lo ammazzerebbe dopo cinque minuti nella vita reale, ma in un telefilm ci fa ridere e divertire. Come ci colpisce l’umanità, in modo opposto ma altrettanto efficace ci disarma l’essere inumano di Sheldon, che paradossalmente ci fa affezionare a lui.

lunedì 6 gennaio 2014

Il paradosso del classicismo


 
Tutti ricordiamo (o dovremmo ricordare) di aver studiato a scuola lo scontro di due correnti artistiche quasi contemporanee: il classicismo e il romanticismo. Mentre i sostenitori del primo ritenevano che l’arte classica fosse l’apice raggiunto dall’Umanità e che gli artisti non potessero far altro che cercare di imitare il modello, i romantici ritenevano che l’arte dovesse sgorgare dall’emozione e che riprodurre l’arte classica non fosse fare davvero arte perché quei sentimenti che l’avevano ispirata non c’erano più.

Qualche giorno fa ho visto il nuovo film della Disney, Frozen – Il regno di ghiaccio, e devo ammettere di averlo trovato piuttosto deludente.

Saranno i personaggi animati in CGI che sembrano di plastilina, saranno le canzoni non esattamente memorabili scritte dalla coppia Kristen Anderson-Lopez e Robert Lopez, sarà che il cattivo di turno, il principe Hans, è il peggior villain mai visto sullo schermo. Tutti questi elementi di certo non depongono a favore del film, ma in realtà il suo vero difetto è essere senz’anima.

Sulla carte Frozen è perfetto. Una fiaba classica e toccante, come quelle portate sullo schermo tanti anni fa con Cenerentola e Biancaneve o più recentemente con La Sirenetta e La bella e la bestia. Ma il fatto è che gli anni di quei film sono passati e la sensibilità del pubblico e della Disney stessa è cambiata. Non è possibile replicare i fasti dei primi film Disney ed è con questa consapevolezza che negli anni ’90 la Disney ha prodotto pellicole di enorme successo come Il Re Leone e Il Gobbo di Notre Dame. Magnifici quanto i primi film, ma in modo diverso.

L’altra sera ho visto Ratatouille, la pellicola Disney-Pixar che racconta le disavventure del topolino-cuoco Rémy. Estremamente diverso rispetto ai film che ho citato, ma quasi altrettanto gradevole. Perché rispetta quella che è la sensibilità del momento in cui è stato prodotto, ed è questo a far sì che un film abbia un’anima e non sia una mera riproposizione di sentimenti passati.

Questo è il difetto alla base di Frozen, il paradosso del classicismo: anziché andare avanti, cercare di riproporre qualcosa che, seppur magnifico,è ormai passato e quindi irraggiungibile.

sabato 4 gennaio 2014

Realtà e finzione


 
Il lutto che nell’anno appena terminato ha certamente più colpito l’intero mondo è la morte di Nelson Mandela, uno dei pochi ad essere diventato un mito ed un icona quando era ancora in vita.

Non ho l’autorità e nemmeno la conoscenza per scrivere un epitaffio di Mandela, e del resto non è questo lo scopo di questo blog. Quello su cui mi voglio soffermare è la potenza con cui cinema e televisione raccontano la vita dei grandi uomini.

La vita di Mandela era realmente una vita da film, e difatti sono molte le pellicole che raccontano la figura del grande statista sudafricano. Su tutti spicca Invictus, con Morgan Freeman nei panni di Madiba.

La trama racconta di come Mandela uso il potere dello sport per unire il suo popolo, cogliendo al volo l’occasione che la storia gli stava fornendo: la coppa del mondo di Rugby del 1995.

Confesso che quando ho appreso della morte di Mandela, il primo viso che mi è apparso dinnanzi agli occhi non è il suo, ma quello di Morgan Freeman.

Questo è il potere del cinema e della televisione. Raccontano una storia presa dalla realtà, e finiscono col dare la percezione che sia più reale della realtà stessa.

È come se avessimo bisogno di una rappresentazione della realtà per innamoracene. Questo accade soprattutto in televisione, dove la fiction di turno racconta la vita dei grandi uomini del passato. Certamente ha un senso narrare la biografia di persone che non abbiamo conosciuto perché morte prima che nascessimo. Ma voler raccontare la vita di chi è ancora in vita, è la prova di quanto sia diventata più importante la rappresentazione rispetto alla realtà stessa. Sembra che questo mondo preferisca una copia all’originale, anche quando l’originale è ancora fortunatamente a disposizione.

sabato 28 dicembre 2013

Un genio, due artisti



Gli anni ’90 vengono considerati da più parti il periodo d’oro della Disney, tanto da essere soprannominati il Rinascimento Disneyano.

Uno dei film più amati, ma che personalmente non sono mai riuscito a farmi piacere, è Aladdin. Sarà che la favola del ladruncolo che vive arrangiandosi e che si innamora ricambiato della bella principessa, stufa del suo status sociale e che tanto invidia la libertà dei suoi sudditi (liberi di morire di fame in una società dove sono le guardie reali le prime a perpetrare ogni tipo di giustizia), è probabilmente un tipo di storia più adatto ad accendere la fantasia delle femminucce che dei maschietti; sarà che Aladdin mi ha sempre dato l’idea del ragazzo problematico, un po’ bulletto e mezzo delinquente (e che piace proprio per questo. Le donne, valle a capire); sarà che verso la fine, quando Jafar si trasforma prima in un serpente e poi in un genio malefico (che riprende nell’aspetto un demone), l’ho trovato troppo crudo per un pubblico di bambini.

Eppure c’è qualcosa che salva questo film, qualcosa per cui vale la pena vederlo almeno una volta. O meglio qualcuno. Mi riferisco al Genio ovviamente, e per l’esattezza al suo, anzi ai suoi, doppiatori.

Negli anni ’90 si è diffusa la prassi in Italia, in America già si usava, di scegliere personaggi famosi per doppiare alcuni dei personaggi delle pellicole Disney.
 
Per il Genio di Aladdin sia in Usa che in Italia si è scelto l’attore più poliedrico, più fantasioso, più estroso e proprio per questo più adatto al carattere irrefrenabile del Genio. Parlo di Robin Williams, il genio americano dell’improvvisazione (a proposito di geni), e di Gigi Proietti, uno dei pochi in Italia a non fare l’attore, ma ad essere un attore (per citare le stesse parole di Proietti). Due veri professionisti, gli unici in grado di rendere davvero lo spassoso Genio, la vera (l’unica) perla del film.

sabato 21 dicembre 2013

Ad ognuno il suo (film di Natale)




In questi giorni, come ogni anno, il palinsesto televisivo si riempie di film natalizi, dall’ennesima storia con protagonista Babbo Natale agli scadentissimi film-tv (di solito relegati al pomeriggio).

Accanto ci sono i classici del periodo delle feste, film che a volte nemmeno parlano di Natale (o lo fanno molto limitatamente), ma che per la gente – chissà perché – fanno Natale. Parlo di film come Angeli con la pistola (stupendo), Una poltrona per due, o l’immancabile replica di Mamma ho perso l’aereo.

E poi ovviamente i film Disney, da Robin Hood a Zio Paperone alla ricerca della lampada perduta (non ricordo un anno in cui la Rai ne ha saltato la trasmissione).

Il fatto è che tutte queste pellicole contribuiscono a creare quella magica atmosfera. Ognuno di noi è legato ad uno o a più film di Natale, perché gli ricordano l’infanzia o perché hanno un significato che solo noi sappiamo.

Se dovessi scegliere, sono due i film di questo periodo che conservo nel cuore.

Il primo è Una promessa è una promessa, pellicola basata esclusivamente sul ritmo sfrenato e sulle gag, con un insolito Arnold Schwarzenegger alla ricerca del giocattolo introvabile che il figlio gli ha chiesto da un mese, ma che lui non si è ricordato di comprare fino all’ultimo giorno. Non è un capolavoro, ma averlo sempre visto con qualcuno a cui hai voluto molto bene, te lo fa sembrare tale.

Poi c’è Miracolo nella 34° strada, il remake del 1994 con Richard Attenborough. È anche merito di questo film se credo ancora nel Natale e, perché no, anche in Babbo Natale, perché, come scopriamo alla fine del film, come è vero che nessuno può dimostrare l’esistenza di Babbo Natale, nessuno può dimostrare che non esista. Meglio scegliere una verità che fa male e lascia freddo nel cuore, o una piccola bugia che accende la speranza?

Guardate il vostro film di Natale, qualunque esso sia, e cercate di mantenere sempre vivo il bambino che c’è in voi, quella parte così fragile e delicata che vi permette di gustare le cose più belle e più semplici. Come il Natale.

Buon Natale a tutti.

lunedì 16 dicembre 2013

Il lento svanire della commedia d'una volta


 
Due giorni fa si è spento uno degli attori che hanno segnato un’epoca ad Hollywood: Peter O’Toole. Irlandese, cresciuto in Inghilterra, debuttò a teatro, passando al grande schermo nel 1960 con la pellicola della Disney Il ragazzo rapito. Una carriera lunga più di 50 anni, eppure il film con cui è maggiormente identificato è uno dei primi che ha interpretato: Lawrence d’Arabia.

Mi piace ricordarlo citando un film del 1966, una divertente commedia a cui prese parte in coppia con la più elegante lady di Hollywood: Audrey Hepburn. La pellicola in questione è Come rubare un milione di dollari e vivere felici. La storia prende spunto dalle stravaganti abitudini di un simpatico ed anticonvenzionale artista (Hugh Griffith, caratterista a dir poco eccezionale) che è solito falsificare opere d’arte prestigiose per poi venderle ai collezionisti, unicamente per il gusto di riuscire ad ingannarli. Nel momento in cui presta ad un prestigioso museo parigino una delle opere in suo possesso, la Venere di Cellini, stimata un milione di dollari, rischia che le sue truffe vengano scoperte, dato che anche la Venere è un falso e che il museo, volendola assicurare dal rischio di furto, provvederà ad una serie di controlli che finirebbero col constatarne la non autenticità. La figlia (Audrey Hepburn) troverà la soluzione: rubare la statua prima che venga analizzata ed intascare dal museo il risarcimento milionario. Per farlo però ha bisogno di un complice, ed ecco che quando nella notte un uomo (Peter O’Toole) s’introduce in casa sua, lei, scambiandolo per un ladro, coglie l’occasione e gli propone il colpo. Lui in realtà è un poliziotto che sta investigando sul padre della giovane, ma sta al gioco, inizialmente per incastrare l’intera famiglia e poi perché s’innamora della bella complice.

Proprio la commedia romantica vecchio stile, con qualche casto bacio e molti sorrisi, così diversa dalle commedie girate oggigiorno, con un ritmo più serrato e la coppia di turno che finisce a letto prima del decimo minuto di film. Il tipo di commedia che non esiste più e verso cui, quando uno degli interpreti lascia questa terra per i Pascoli del Cielo, non possiamo fare meno di provare un pizzico di nostalgia.