giovedì 23 ottobre 2014

I misteri della distribuzione



Avrete notato che ci sono week-end in cui escono contemporaneamente fino a 10 film. Quando le pellicole in uscita sono poche, non sono comunque meno di 5. C’è un’evidente sovrapproduzione; in altre parole, si fanno più film di quanti la gente ne riesca a vedere. La conseguenza è che molti film che meritano passano inosservati e altri finiscono per saltare addirittura il passaggio al cinema, uscendo direttamente in dvd.

Capita spesso ai seguiti di altre pellicole, come Tesoro, ci siamo ristretti anche noi (girato sull’onda del successo anni ’90 Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi) o Generazioni, ennesimo film della lunga saga di Star Trek.

Uno dei film che negli anni ’90 subì questo trattamento, è Fuga dalla Casa Bianca. Protagonisti della storia sono due ex Presidenti Usa di opposto schieramento politico, interpretati da Jack Lemmon e James Garner. L’attuale Presidente (Dan Aykroyd) vuole far ricadere su Lemmon la colpa di uno scandalo che lo riguarda. Nel momento che Lemmon convince l’amico-nemico Garner della sua innocenza, i servizi segreti cercano di ucciderli prima che riescano a dimostrare che il vero colpevole è l’attuale Presidente. Nonostante alcuni momenti di tensione, il film è soprattutto un concentrato di battute e comicità che mette a nudo alcuni dei problemi della politica americana, riuscito soprattutto grazie alla straordinaria abilità degli interpreti.
 
Rimane la sensazione che sarebbe stato ancora migliore (ed è già un ottimo film) se al posto di Garner ci fosse stato Walter Matthau, l’abituale controparte di Lemmon, ma i due sono così convincenti che non si perde più di un secondo a pensare Come sarebbe stato se.

Purtroppo in pochissimi lo conoscono anche tra i fan di Lemmon, proprio perché in Italia è uscito direttamente in home video. E un film così divertente, non volgare e pungente, avrebbe meritato gli onori del cinema.

domenica 19 ottobre 2014

Modelli sbagliati



È dall’inizio del nuovo millennio che i telefilm sono diventati un fenomeno di culto. I telefilm del Duemila sono – nella maggior parte dei casi – molto differenti dalle serie dei decenni precedenti. Più realistici, crudi (basta pensare ai vari Csi), ammantati spesso di un aria filosofica (vedi Lost), tecnicamente innovativi (come 24). Ma ciò che è maggiormente cambiato sono i valori dei protagonisti, la visione della vita e del mondo dei vari personaggi.

I telefilm rispecchiano la società e in questi ultimi quindici anni sappiamo bene che la massa è diventata sempre più cinica, disillusa, egoista. L’umanità e la generosità stanno andando scomparendo e i telefilm non possono che registrare e mostrare questo fenomeno.

Dottor House ne è un ottimo esempio. Medico brillante e preparato, dal punto di vista umano è un insensibile stronzo. Il problema è che piace. Il problema è che, in caso di bisogno, in molti vorrebbero al proprio fianco Gregory House. Negli anni ’60 i telespettatori impazzivano per il dottor Kildare. Sicuramente bravo e scrupoloso, ma soprattutto umano, gentile, cosciente che chi si trovava davanti era un essere umano prima che un paziente.

Come insegnava il Patch Adams del compianto Robin Williams, lo scopo della medicina è migliorare la vita, non posticipare la morte. E dato che morire purtroppo è inevitabile, preferisco un medico che mi consoli e mi accompagni nel grande passo rispetto a uno che non riesce a comprendere che vivere è qualcosa di più di avere un cuore che batte, due polmoni che respirano e del sangue che scorre nelle vene.

I telefilm rispecchiano la società, ma allo stesso tempo la influenzano. Diventano dei modelli. E modelli di cinismo ed egoismo, non fanno che peggiorare il nostro mondo.
 

martedì 14 ottobre 2014

Il fascino del male


 
Mi considero una persona per bene, generosa, sensibile. In una parola, buona. Eppure a volte mi capita di essere più attratto nei film e nei telefilm dal cattivo che dall’eroe. I personaggi malvagi hanno spesso un notevole carisma. Basta pensare al diabolico petroliere J.R. in Dallas o al capo della Spectre Blofeld, l’acerrimo nemico di James Bond.

Vedi Il Re Leone e, nonostante il cattivo Scar faccia quanto di più spregevole si possa immaginare (uccide il fratello e fa credere al nipote di essere il colpevole della morte del padre), ti esalti galvanizzato quando cantando espone il suo piano. Segui Il delitto perfetto di Hitchcock e sotto sotto speri che il colpevole (il viscido e ironico Ray Milland) se la cavi, dopo tutta la fatica che ha fatto per progettare un delitto che si è rivelato tutt’altro che perfetto.

Ed è (almeno in parte) dovuto al carisma della cattiva, il successo de Il segreto, la telenovela che ha spopolato in Spagna ma che ha soprattutto conquistato il pubblico italiano.

Il personaggio che spicca è proprio quello della perfida donna Francisca (interpretata da María Bouzas): vendicativa, acida, crudele, le pensa tutte per dividere suo figlio dalla sua innamorata, dal farla accusare ingiustamente d’omicidio a fingersi paralizzata. E nella seconda serie farà di tutto per non perdere la figlioccia (l’unica a cui vuole bene e che incomprensibilmente la ricambia), arrivando a qualsiasi bassezza per evitare che se ne vada per la sua strada.

Eppure se date un’occhiata su internet, esistono pagine facebook di fan della perfida donna. Perché spesso il male al cinema e in tv, anche se destinato a perdere, è più divertente del bene.

sabato 27 settembre 2014

Tra genio e idiozia


Il confine tra genialità e stupidità è più sottile di quanto si pensi e accade che in uno stesso film si passi da momenti sagacemente divertenti a momenti di sconcertante banalità. Il dittatore ne è un perfetto esempio.

Sacha Baron Cohen interpreta un dittatore egoista ed egocentrico, che passa le sue notti con costose escort (chi vi ricorda?) e i suoi giorni controllando a che punto si trova il programma di armamenti nucleari e condannando a morte chiunque non gli vada a genio.

Convocato a New York dall’Onu dopo aver negato l’accesso agli ispettori Onu nel suo Paese, il dittatore viene rapito e scambiato con un suo sosia. A ordire il complotto è stato suo zio (Ben Kingsley), che vuole far diventare il Paese una democrazia per poter così vendere petrolio alle multinazionali degli stati cosidetti “civilizzati”. Il dittatore riesce a scappare e con la complicità di un suo compatriota sventa il piano dello zio, “salvando” il suo Paese dalla democrazia.

Il tocco di genio sta nell’invertire quello che tradizionalmente consideriamo bene e male, tanto che il ritorno alla dittatura viene considerato il lieto fine. Nel geniale monologo finale, Baron Cohen elenca i comportamenti da dittatura che ogni governo democraticamente eletto mette in atto nascondendosi dietro il fatto di essere una democrazia, dal taglio delle tasse per i più ricchi a danno dei più poveri, alle menzogne che i governi si inventano per giustificare la guerra di turno (chissà quanto avranno fischiato le orecchie a Bush junior).

In una commedia tanto profonda, stonano pesantemente le abbondanti gag di grana grossa, prevalentemente a sfondo sessuale. Un alternarsi di alti e bassi che finisce inevitabilmente per scontentare tutti. Lo spettatore che gradisce la commedia intelligente si trova a disagio di fronte a certe battute troppo volgari, mentre quello che apprezza la comicità di pancia non capisce ed è quasi infastidito dalla sagace satira di Baron Cohen. Ma del resto è così per tutti i film di quest’attore, da Brüno a Borat. E forse è anche lo specchio dei tempi, che permette di esprimere la propria genialità solo se camuffata dietro un’abbondante volgarità.
 
 
 

venerdì 29 agosto 2014

Se si potesse fare a meno delle star...


 
Hollywood è famosa anche per i capricci degli attori. Da Sharone Stone che pretende che i suoi domestici spazzolino più volte al giorno la sua auto armati solo di pennello, a Johnny Depp che vuole che il suo camerino sia arredato con drappi orientali e candele profumate. Tra i più folli si annoverano Jim Carrey che pretendeva di portare sul set – a spese della Casa cinematografica, ovviamente – un cuoco personale per il suo iguana, e Val Kilmer che aveva fatto inserire nel suo contratto il divieto per chiunque lavorasse con lui di guardarlo (c’è da sperare che qualche tuttofare gli abbia “incidentalmente” rovesciato un caffè bollente sui pantaloni. Dopotutto sarebbe stato giustificabile, dato che poteva avvicinarsi al vanesio Val solo non alzando lo sguardo da terra).

Non stupisce che gli attori con meno pretese assurde siano anche i più capaci, da Tom Hanks a Jack Nicholson.

L’argomento deve aver particolarmente colpito il regista fantascientifico Andrew Niccol, dato che ha deciso di dedicare un film al sogno di molti registi: un film senza attori. In S1mone, un regista (interpretato dal carismatico Al Pacino), stufo di sottostare ai folli capricci degli attori, sostituisce la diva protagonista della pellicola che sta girando con un’immagine olografica costruita al computer. Il pubblico è entusiasta della nuova stella e lui si guarda bene dal distruggere il sogno, dal rivelare che la bella attrice non esiste.

Come sempre accade in questo genere di storie, la cosa prende dimensioni inaspettate. Il protagonista deve inventarsi ogni sorta di trucco per far sembrare reale una persona inesistente. Ed ecco che noleggia una stanza d’albergo in cui lascia lingerie e tracce di profumo femminile per convincere i giornalisti che la sua attrice ha passato lì la notte, o che mette al volante un manichino vestito da donna e coperto da grossi occhiali da sole per far credere alla sua ex moglie di aver davvero intravisto questa donna del mistero.

Divertente e con una svolta finale inaspettata, il film è una critica al divismo imperante, a tutti quelli attori che si comportano da bambini viziati anziché da star. Perché essere un divo è soprattutto una responsabilità.

sabato 16 agosto 2014

Grazie



Ci sono momenti in cui l’Umanità si stringe, unita da un dolore che prende e accomuna persone diverse per sesso, religione, colore della pelle e classe sociale. È stato così per gli attentati alle Torri Gemelle, per la morte di Papa Giovanni Paolo II, per certi versi anche per la dipartita di Nelson Mandela. Pochi avrebbero mai immaginato che una cosa del genere potesse accadere alla morte di un attore.

L’11 agosto Robin Williams ci ha lasciato. E come ha scritto su Twitter uno dei suoi figli, il mondo è più grigio senza di lui. Da quel giorno sento una solitudine che non dà segno di voler passare.

In molti hanno cercato di capire cosa l’ha spinto al suicidio, in troppi si sono sentiti in diritto di giudicarlo. Sicuramente tutti sono rimasti disorientati. Perché se c’era un uomo che non avresti mai creduto potesse suicidarsi, questo era proprio Robin Williams. Penso sia umano cercare una ragione, tentare di dare un senso a quella che si sembra una contraddizione. Non so perché Robin Williams si è suicidato e non contribuirò a questo rito di psicoanalisi collettiva. So solo che Williams non era semplicemente un attore: era un artista. E un artista non si può comprendere e inquadrare nei normali parametri che si riservano alla massa. Essere un artista è un dono e una maledizione, perché mentre ti mette in condizione di vedere il mondo da una prospettiva unica e privilegiata, non ti permette di condividere con nessuno la tua visione, perché nessuno è in grado di capirla.

Robin Williams fa parte del mondo interiore di chi, come me, è cresciuto negli anni ’90. In molti non comprendono il dolore per la sua morte, in tanti etichettano i suoi film come zuccherosi e buonisti, adatti solo ad un pubblico sotto i 17 anni. Sono quelli che a 17 anni sono morti dentro. Camminano, lavorano, parlano, ma la loro anima è morta. Sono coloro che hanno confuso il maturare con l’uccidere i sogni, il diventar grandi con il diventar cinici.
 
Piangiamo Robin Williams come, sono convinto, non piangeremo attori illustri come Al Pacino, Robert De Niro, Dustin Hoffman, perché ha insegnato alla mia generazione quale fosse la cosa più importante: il sentimento. I sentimenti, le emozioni, l’affettività come la parte più autentica dell’essere umano. Chi non mette al centro dell’esistenza il sentimento, è naturale che critichi Patch Adams, L’attimo fuggente, L’uomo bicentenario come semplicisti e buonisti. Non è in grado di capire che se dessimo ai sentimenti l’importanza che hanno, senza tante costruzioni e gabbie mentali, il mondo sarebbe più giusto, più bello, migliore. Molti tra coloro che invece lo capiscono, lo devono in buona parte a Robin Williams che in questo momento, ne sono certo, sta facendo ridere a crepapelle i nostri cari volati in cielo.

Ciao Robin, angelo tornato a casa.

mercoledì 2 luglio 2014

Tre scene, un film


Alcune scene sono entrate nell’immaginario collettivo. Pur non avendo mai visto il film da cui sono tratte, tutti le conoscono. Lo spogliarello di Kim Basinger in 9 settimane e mezzo, l’attacco aereo al suono della Cavalcata delle Valchirie in Apocalypse Now, la camminata ballata al ritmo di Stayin’ Alive di John Travolta all’inizio de La febbre del sabato sera.

Una scena famosa non fa un capolavoro, e un bel film è tale indipendentemente dal numero di scene entrato nella storia della cinematografia. Indiscutibilmente però le scene che catalizzano l’attenzione, creano, dalla seconda visione del film in poi, un senso d’attesa.

Emblematico è il caso di Scent of a woman – Profumo di donna. Il protagonista è Al Pacino nei panni di un ex colonnello divenuto cieco dopo un incidente. La sua famiglia assume un giovane studente (Chris O’Donnell) perché si occupi di lui durante il week-end del ringraziamento. Il colonnello lo trascina a New York dove ha intenzione, dopo essere andato a trovare suo fratello e aver fatto l’amore per un’ultima volta, di suicidarsi. Mentre il colonnello gli insegnerà a vivere, il ragazzo racconterà al colonnello i suoi problemi: ha assistito ad uno scherzo molto pesante nei confronti del preside del suo college e se non farà la spia, il preside lo caccerà.

Ogni frase pronunciata da Al Pacino è degna di nota, ma sono tre i momenti del film che finisci ogni volta per aspettare con trepidazione.

Innanzitutto la scena del tango, con il colonnello cieco che insegna ad una giovane donna il ballo più sensuale del mondo (Non c’è possibilità di errore nel tango, non è come la vita: è più semplice. Commetti un sbaglio ma non è mai irreparabile, seguiti a ballare). Poi la corsa in Ferrari, con Al Pacino al volante che aspetta che Chris O’Donnell gli dica il momento esatto in cui curvare. Infine il monologo di Al Pacino al college, in difesa del suo giovane amico che non vuole tradire dei compagni per comprarsi un futuro.
 
Tre scene che trasudano voglia di vivere, forza ed energia vitale. Ancora più trascinanti perché hanno per protagonista un cieco. Tre scene che riassumono il messaggio del film: andare avanti comunque, perché in questa vita c’è sempre un qualcosa per cui vale la pena di vivere.