giovedì 6 marzo 2014

La vendetta va servita fredda (soprattutto ad Hollywood)


 
Essere un divo non è facile. In breve tempo si viene catapultato sotto i riflettori, ammirati e osannati da tutti. Quelli che prima non ti guardavano nemmeno in faccia, ora ti fermano, ti chiedono l’autografo, vogliono fare una foto con te. Ti trattano come un dio. Anche la persona più equilibrata del mondo fatica a non montarsi la testa.

Per le case di produzione, avere a che fare con loro è molto difficile. La loro incostanza, i capricci, le crisi, interrompono le riprese, allungano i tempi di lavorazione e finiscono con l’incidere sul budget del film.

E se c’è una cosa che ad Hollywood non si perdona è proprio il lievitare dei costi di produzione.

Rivalersi su questi divi è quasi impossibile. Il pubblico li ama ed è il pubblico che va al cinema e paga il biglietto.

Ma Hollywood ha lunga memoria e sa aspettare il momento propizio per la vendetta. Anche a costo di comportarsi in modo subdolo e vigliacco.

Nel 2004, Tu chiamami Peter, biografia romanzata di Peter Sellers, viene presentato al Festival di Cannes. Il film racconta il talento, ma soprattutto le nevrosi, i vizi e le ansie di uno dei più grandi comici di sempre.

Non vengono raccontate – se non marginalmente – le invenzioni comiche che Sellers improvvisava sul set. Il trasformismo dell’attore (Peter Sellers improvvisava accenti di ogni tipo, da quello francese ne La pantera Rosa a quello cinese in Invito a cena con delitto, riuscendo a entrare nei panni di chiunque, indipendentemente dall’età e dall’etnia del personaggio) viene accennata all’inizio per poi farla assurgere quasi a disturbo mentale.

Il film si accanisce sull’essere umano Sellers, mostrando le sue insicurezza, la sua paura di fallire, l’abuso di droga e alcool, il ricorso che faceva a santoni e cartomanti cercando quelle conferme che non riusciva a trovare in se stesso. Ma mostra soprattutto l’egoismo e l’egocentrismo di un uomo che lascia morire la madre (l’unica che lo aveva sempre sostenuto e che condivideva con lui una sfrenata ambizione) da sola, troppo preso da sé stesso.

C’è molti di vero in Tu chiamami Peter, c’è anche molto di romanzato, ma c’è soprattutto moltissimo di inopportuno: la voglia di farla pagare al divo Sellers annacquandone il ricordo, raccontando cose a cui Sellers non può più controbattere.

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